25 - 26 giugno 1876
Parte seconda
Dopo avere lasciato Reno, il battaglione di Custer proseguì lungo il torrente Ash come se dovesse appoggiarne l'azione. In realtà, trascorso un miglio, svoltò a destra e cominciò a seguire il crinale sulla riva nord-est del Little Big Horn, quasi cercasse un passaggio per attraversare il fiume più a valle.
La battaglia di Custer
Quando il reparto giunse su una collina più alta, i soldati videro finalmente il villaggio indiano. Era grande, più di quanto si aspettasse lo stesso Custer, che inviò il primo messaggero, il sergente Kenipe, da Benteen. Dopo pochi minuti il reparto si mosse, percorrendo ancora un miglio circa e fermandosi ai piedi di una collina più alta. Il comando salì sulla cima e finalmente Custer vide tutto il villaggio nella sua grandezza. Forse allora capì il grave errore commesso dividendo il reggimento in quattro gruppi di fronte a un nemico che era almeno il doppio. Chiamò Martini, il trombettiere di giornata, e lo mandò da Benteen per avvisarlo di arrivare il più presto possibile con le munizioni di riserva. L'aiutante Cooke scrisse l'ordine su un biglietto, perché Martini capiva e parlava poco l'inglese. l soldati di Custer tagliarono allora per una gola accidentata e risalirono verso l'imboccatura della Gola di Medicina, una stretta fenditura che arrivava direttamente al fiume. Le compagnie si disposero in una lunga fila e scesero verso il guado, con la E e la F alla testa della colonna e la C, la l e la L in coda. ln quel punto lacqua era poco profonda e si vedevano pochi indiani, perché la maggior parte dei guerrieri era ancora impegnata contro Reno. La popolazione del campo, che si era rifugiata verso nord, capì il pericolo della manovra dei soldati e alcuni guerrieri Cheyenne e Lakota Sioux, attardatisi da quella parte del villaggio, si portarono sulla riva del fiume e fecero coraggiosamente fronte al nemico, che era ormai giunto in mezzo al fiume e sparava furiosamente contro di loro. Dopo un violento scambio di colpi i soldati capirono l'impossibilità di superare il fiume da quella parte. lnoltre si vedevano già arrivare molti indiani di fronte e ai fianchi: erano i guerrieri di ritorno dal campo di battaglia di Reno, che avevano tagliato per le colline. l due battaglioni di Custer si separarono: uno, quello di Keogh, risalì la Gola di Medicina, mentre quello di Yates fece una conversione a destra, tenendosi però ancora dalla parte del fiume. Keogh, intanto, si attestò su una larga collina, da dove fece partire alcune scariche contro gli indiani che avanzavano. Probabilmente in quei decisivi momenti Custer seppe dai suoi scouts della rotta di Reno e decise per l`unica mossa possibile: attaccare il villaggio da un”altra parte più a valle, dove esisteva un altro guado, situato all'incirca di fronte al campo Cheyenne. Custer congedò gli scouts Corvi, ma il loro capo, Mitch Bouyer, preferì rimanere con lui. I battaglioni si riunirono e insieme cominciarono la lunga risalita del crinale sovrastante il fiume, ma si trovarono subito a dover combattere metro per metro contro centinaia di guerrieri. l soldati smontarono e cominciarono un fuoco serrato sugli assalitori, ricevendone in risposta nugoli di frecce, che abbatterono cavalli e uomini. Il battaglione di Keogh con le compagnie C, I e L dovette affrontare un duro combattimento per proseguire e raggiungere il battaglione di Yates poco più avanti. Adesso arrivavano guerrieri anche dalla parte del fiume e ormai la via per il villaggio era definitivamente bloccata. In pochi minuti la formazione di Custer da attaccante si ritrovò a combattere per la sua stessa sopravvivenza. All'estrema retroguardia la compagnia L, comandata dal tenente Calhoun, si fermò per coprire l'avanzata degli altri reparti, ma fu sterminata dopo un duro scontro. Giunti a meta del crinale, circondati da tre lati, i soldati cominciarono a puntare alla parte nord di esso. Probabilmente volevano raggiungere una collina più alta di tutte, che sembrava potesse offrire un buon riparo. Custer era già praticamente circondato, ma proseguiva l'avanzata, rispondendo colpo su colpo. I guerrieri attaccavano, soprattutto quando i soldati rallentavano il fuoco per muoversi. Allora si gettavano in un corpo a corpo, distruggendo i plotoni con mischie furibonde. Le azioni valorose non si contarono quel giorno. I bianchi si batterono bene e i presunti suicidi di massa dei soldati, riportati da alcune testimonianze successive, furono una montatura basata su pochi casi realmente accaduti e documentati. Nel vivo della battaglia Cavallo Pazzo compì un'azione tattica degna di un autentico condottiero. Radunate alcune centinaia di guerrieri, fece con loro un largo giro, oltrepassando la cima della collina e la testa del reparto di Custer, finendo per coglierlo sul fianco destro e di fronte. Una massa di circa cinquecento guerrieri si abbatté cosi al centro dello schieramento americano, spezzandolo in due e distruggendo interamente la compagnia I, parte della C e i pochi superstiti della L giunti fino a quel punto. In pochi minuti Custer perse circa ottanta soldati e la battaglia per lui poteva già dirsi perduta. I soldati sopravvissuti erano ormai poco più di sessanta. Percorsero il tratto finale della salita, perdendo ancora altri uomini, e, quando furono giunti in cima alla collina, in seguito chiamata Custer Hill, il cerchio intorno a loro si strinse inesorabile. Adesso gli indiani sul campo erano almeno millecinquecento. Si trattava di centinaia e centinaia di guerrieri appartenenti alle societa militari, l'elite dei combattenti, guerrieri addestrati al combattimento sin dall'adolescenza con un duro tirocinio, degno dei cavalieri antichi. I soldati cominciarono ad abbattere i cavalli per farsene riparo, ma il fuoco nemico si abbatte su di loro micidiale. Quella sessantina di uomini, fra i quali l'intero comando di Custer, tenne testa come poté alle ultime cariche, ma in pochi minuti, forse meno di venti, furono tutti uccisi, abbattuti dalle fucilate, dalle frecce o finiti a colpi di mazza. Poco prima della fine una ventina di soldati si precipitò di corsa dalla collina verso il bosco che era in riva al fiume, ma, giunti nei pressi di una piccola fenditura del terreno, furono assaliti e uccisi dopo un furioso corpo a corpo. A questo punto la massa indiana sciamò sulla collina come un rullo compressore e i guerrieri uccisero tutti i bianchi ancora in piedi. Con Custer caddero tutti i suoi suoi soldati e nessuno si salvo dalla morte.
L'epilogo
I soldati di Reno e Benteen rimasti asserragliati sulla collina furono raggiunti dalle salmerie e dopo circa un'ora fecero un estremo tentativo per raggiungere Custer, arrivando fino al Picco di Weir (così chiamato dal nome di uno degli ufficiali che per primo vi giunse). In poco tempo, però, gli indiani che avevano appena distrutto i battaglioni di Custer si rivolsero in forze contro di loro ed essi tornarono precipitosamente sulla collina di Reno, più adatta alla difesa. Qui, mentre i guerrieri li cingevano d'assedio, scavarono trincee per ripararsi dal fuoco. La notte fu abbastanza tranquilla, rotta solo da spari isolati e dal suono dei tamburi indiani. Il giorno dopo i guerrieri tentarono qualche attacco, ma le posizioni dei soldati erano forti e di lì, relativamente al coperto, potevano colpire i guerrieri. Dopo alcuni assalti gli indiani preferirono assediare i soldati da lontano, colpendoli quando tentavano di prendere l'acqua dal fiume o quando si esponevano fuori dalle trincee. Trascorse in questo modo anche l'intera giornata del 26. All'indomani arrivarono con la colonna Terry e Gibbon, che scoprirono i cadaveri di Custer e dei suoi soldati, liberando Reno e i superstiti del 7° dall'assedio degli indiani. La battaglia di Little Big Horn era finita. Nello scontro il 7° Cavalleggeri aveva perso sedici ufficiali, duecentotrentasette soldati e dieci civili e avuto cinquantatrè feriti. Gli indiani patirono quaranta-cinquanta caduti e circa cento feriti, alcuni dei quali morirono in seguito.
La leggenda
La nascita della leggenda che seguì quasi subito la fine di Custer fu dovuta essenzialmente alla popolarità che il colonnello aveva goduto durante la sua esistenza, acquisita nella Guerra di secessione e alimentata dai mezzi di comunicazione di massa. Durante la guerra contro il Sud Custer era stato seguito da numerosi giornalisti, che ne avevano magnificato le doti di combattente. Dopo la sua morte a molti negli Stati Uniti d'America parve impossibile che il 7° Cavalleggeri fosse stato sconfitto così duramente da indiani selvaggi e completamente digiuni di tattica e strategia. La causa della sconfitta fu attribuita alle più svariate motivazioni. Alcuni accusarono il maggiore Reno di non essere andato in soccorso di Custer, altri diedero la colpa al capitano Benteen, al generale Alfred Terry, a Philip Henry Sheridan o addirittura al generale Ulysses Simpson Grant, che era presidente degli Stati Uniti d'America. Si affermò che il reggimento era composto solo di reclute, mentre in realtà quelle presenti nella battaglia furono poche. A proposito delle armi, il problema non riguardò la loro modernità o efficienza, ma l'effettivo utilizzo, la mancanza di addestramento e la pessima mira nel colpire l'avversario. Tranne rare eccezioni i soldati si dimostrarono pessimi tiratori e in definitiva pochi colpi raggiunsero i bersagli. Durante la battaglia furono consumati dal 7° Cavalleggeri circa quarantaduemila colpi di fucile. La media dei nemici colpiti e uccisi, dando per certi cinquanta caduti indiani, dà una cifra di ottocentoquaranta colpi sparati per ogni nemico abbattuto. Durante l'attacco di Reno al villaggio Hunkpapa, i soldati spararono circa cinquemila pallottole contro i guerrieri di fronte, ma i bersagli colpiti furono pochi. l fucili dei soldati centrarono soprattutto la cima dei pali dei tipi e solo per caso le pallottole vaganti uccisero alcune persone nella retroguardia. In ogni caso non bisogna dimenticare che i guerrieri indiani, a cavallo e appiedati, si muovevano sempre al limite della gittata dei soldati, una distanza che conoscevano molto bene.